Sanremo 2019: il festival del cambiamento

Era un bel po’ che non aprivo questo blog, uno dei tanti posti dove chiunque può dire la sua, che non si sa bene se poi sia effettivamente interessante oppure no. Epperò mi è riscoccata la scintilla. Vedremo quanto dura.

Voglio parlare anche io di Sanremo. Che finalmente è finito, sì, e se ne parlerà ancora per due settimane buone.

Sinteticamente questi sono i fatti: ha vinto un italiano col nome egiziano, e tutti a saltargli addosso perché “è straniero ha la pelle scura e si chiama Mahmood”;  il concorrente rosicone che sperava di arrivare più in alto adesso contesta il sistema di voto (che in altre epoche gli ha fatto comodo così com’era e com’è tutt’ora); politici strumentalizzanti in ogni dove. Di tutto ciò si parla molto.

Quello di cui si parla molto poco è invece questo: ha vinto il simbolo del cambiamento, non quello a 5 stelle ma quello della società italiana; ha vinto una canzone che parla di un rapporto pessimo con un padre altrettanto pessimo. Altri due pezzi hanno raccontato di pessimi rapporti, uno in particolare con un altro padre pessimo. Finalmente abbiamo avuto una rappresentazione femminile televisiva che non fosse esclusivamente estetica.

Un giovane uomo proveniente da una cultura metà straniera e cresciuto in Italia, parla del proprio rapporto col padre, che a un certo punto se ne è andato, pensando a se stesso piuttosto che alla sua famiglia. Come tanti figli di immigrati interni o esterni al nostro paese e come altrettanti figli di genitori separati che ha vissuto l’assenza di questa persona e di questa figura genitoriale. E lo racconta. Poi c’è il pezzo di Irama, e anche lui racconta una brutta storia. Un padre padrone che violenta la figlia. Irama non parla in prima persona, ma la storia viene raccontata a tutti in eurovisione. Finalmente.

E poi c’è  Virginia Raffaele . La donna televisiva non è più una decorazione ma -cito Lorella Zanardo  che riassume bene il mio pensiero- : è «Autorevole, una vera show-woman, che tratta Baglioni e Bisio come suoi pari». Ne parla qui: Zanardo su Virginia Raffaele

Una società fondata sulla famiglia come quella italiana, che a sua volta ha basato la propria economia sulle aziende a conduzione familiare, va perdendosi nei meandri del livore pseudo-razzista, nella guerra tra poveri,  che sperano ancora grazie al reddito di cittadinanza ma che in fondo al tunnel del futuro non vedono nessuna luce. Una società sempre più individualista e divaricata tra super-ricchi e poverissimi che però vorrebbero essere quanto meno ricchi. E hanno imparato col berlusconismo e con il capitalismo senza regole che bisogna farsi guerra l’un l’altro facendolo con più malcostume possibile. Chi è fortunato può approfittare delle conoscenze, scostumate anche loro, e servirsene. Gli altri fanno le scale perché l’ascensore sociale è fermo. E rosicano. Una società in cui l’occupazione femminile è al 48%, dove il welfare è pressoché lasciato alla famiglia (leggi donne che accudiscono giovanissimi e vecchi) e dove il 90% degli stupri non è denunciato e avviene in famiglia, una società dove viene uccisa una donna ogni tre giorni, e più indipendente è più rischia, perché l’uomo non ha ancora metabolizzato che la donna è una persona e può decidere per conto proprio. Ma neanche i giovani, bamboccioni, neet, depressi e disoccupati se la passano bene. Perché è comunque colpa loro che non han voglia di farsi schiavizzare peggio dei loro nonni.

Eppure è cambiata. Quel che si è visto e contestato a Sanremo  sono testimonianze del cambiamento in atto nel nostro paese, nella nostra società ancorata al passato da modi di fare e di concepirsi che non rispecchiano più chi la vive. Portati avanti per abitudine o forse per paura del cambiamento, o entrambe le cose, ma sicuramente non per aver provato alternative.

Un mio amico, mancato quest’anno e comunista della prima ora, spesso mi diceva ” ah, si dovrebbe tornare ognuno ai propri ruoli, la donna è fatta per procreare, così non si capisce più niente e tutti sono frustrati”. E non c’è dubbio che la frustrazione sia ovunque. Considerando alcuni punti fondamentali come il rifiuto della donna al ritorno alla sudditanza economica, il PIL che beneficerebbe della maggiore occupazione femminile, il ridicolo congedo di paternità e la precarietà generale lavorativa che producono livelli di denatalità preoccupanti, vorrei dire al mio amico che forse, quel modo di gestire le cose non funziona più, ne beneficia solo una parte della società e alla lunga anche quella parte che ne beneficia non si sente troppo bene.

In natura, la capacità di adattamento ha premiato le specie  che sono state in grado di sopravvivere nel migliore dei modi ai cambiamenti. Nel nostro paese  questa capacità sembra sopita, tolti gli archetipi sono andati tutti in crisi, senza pensare che potessero minimamente cambiare ed evolvere, mentre la sola cosa che si possa fare oggi è proprio cambiare.

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“L’aborto per l’Europa è un diritto, per l’Italia ancora un peccato”

La difficile questione sui diritti di sessualità e procreazione femminili continua a rimanere irrisolta nel nostro paese e con la sempre maggiore diffusione di ginecologi obiettori -obiettori per lo più sulla carta, disponibilissimi a qualsiasi intervento nella loro pratica privata- per una donna che decida di abortire in sicurezza l’iter da seguire è sempre meno praticabile.

Tuttavia l’Europa pare essersi accorta della urgente necessità di regole che garantiscano egualità e sicurezza alle cittadine europee in questa delicata materia.
In questi giorni è stata infatti approvata una risoluzione “sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013” : la Risoluzione Tarabella. Già dal titolo è comprensibile in quale accezione vengano collocati contraccezione, aborto e diritti sessuali, presenti esclusivamente nel comma 14 che cito alla lettera:

“…le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva”

La risoluzione nella sua interezza, parla di parità, stipendi uguali per uomini e donne a parità di mansione, istituzione del congedo di paternità ed aiuti alle madri sole o donne anziane in difficoltà. Uno stimolo e una richiesta dunque ai paesi dell’Unione Europea che non hanno ancora raggiunto obiettivi indispensabili per una reale parità di genere e per una maggiore spinta socio-economica dell’Unione stessa. Un discorso di ben più ampio respiro rispetto alla precedente risoluzione che ha tentato di affrontare l’aborto in maniera costruttiva: la risoluzione Estrela. Che forse per eccesso di specificità, si trattava infatti di una relazione “sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi” è stata bocciata, anche per merito dell’ostruzionismo praticato dai deputati PD.

Nel nostro paese, la difficoltà ad accettare il diritto delle decisioni altrui è data dall’associazionismo cattolico: se con la legge 194 le IVG ufficiali sono calate, con l’aiuto degli obiettori di coscienza quelle nascoste sono nuovamente in crescita, e sono ricomparse pure le mammane. Contro la Tarabella, la Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche (FAFCE) ha già raccolto cinquantamila firme e Giovanni Ramonda, della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha dichiarato che con la Tarabella “la strada per l’aborto è rapida e spianata” e che “le donne chiedono aiuti non aborti”.

Purtroppo, in non poche circostanze, la difficoltà a portare a termine una gravidanza è davvero difficile per una donna non abbiente e l’aborto sembra essere una scelta obbligata, non desiderata. In questo senso la Tarabella sembra essere un buon compromesso tra pratica e teoria: garantire a tutte le donne il diritto di poter far nascere il proprio figlio/a indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e altresì alle donne che lo decidono, di poter praticare una IVG in sicurezza senza rischiare la propria vita.

L’inganno delle quote rosa

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Aggiorno il blog con l’analisi sulle quote rosa già pubblicata il 12 marzo scorso sul http://www.ilbolognino.info , foglio di informazione e approfondimento on-line.

E’ un “No” deciso quello del parlamento sulle Quote Rosa; celato da un voto segreto che spacca in due un governo abbastanza ambizioso da affrontare un problema difficile come la parità di genere, ma non saggio abbastanza da azzeccare il modus operandi per la soluzione reale del problema.

“Una sconfitta per le donne”, “una divisione all’interno del PD”- si vocifera – mentre le parlamentari promettono guerra e quelle al di fuori le stanno ad ascoltare perché loro sono lassù, sono arrivate, hanno il potere. ”Quote Rosa male necessario”: intellettuali unite al fronte, solo la destra sembra essere contraria senza aver specificato però la motivazione estesa per cui le suddette sarebbero una enorme cialtronata.

Ebbene, chi difende le Q.R. a spada tratta forse non si rende conto che se il 50% di donne “garantite” che verrebbe eletto con questo sistema fosse incapace o asservito non cambierebbe nulla. Non ho letto alcun emendamento che fosse garante di professionalità o meritocrazia tra quelli presentati dalla deputata PD Agostini.

Sembra che le donne si sentano ancora superiori all’uomo, che in qualche modo gli debbano fare pagare millenni di sudditanza con una legge garantista di una sola parte dei generi: alla faccia della parità. Supremazia tutelata. Nella pratica utilizzare la stessa tecnica paternalistica e maschilista che per tanto tempo le ha tenute fuori dai luoghi di potere e dalle decisioni. Secondo questa lettura, sembrerebbe che le donne abbiano in realtà ancora bisogno di protezione, quindi la lotta non è più difendere la propria diversità bensì cercare una protezione, cadendo nella stessa rete del famoso Codice Rocco, quella che apparentemente si cerca di combattere attraverso il sistema delle Quote Rosa.

Eppure un altro sistema ci sarebbe, partire da oggi, mettere da parte il giusto rancore ancestrale, rimboccarsi le maniche e proporre argomenti che mettano realmente in discussione i bisogni reali delle donne ed anche dei loro compagni uomini, poiché per costruire un equilibrio ed una giustizia sociale devono esserci entrambi i piatti della bilancia.

Un esempio che mi sovviene è il seguente: rendere obbligatoria la paternità e parificarla quindi con la maternità. Questo servirebbe a disincentivare i licenziamenti subiti dalle donne che decidono di avere un figlio.

“I Braccialetti Rossi e la dea Ana”

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Questa sera and in onda una nuova fiction su Rai 1, si chiama “Braccialetti Rossi” ed è la storia di amore e forza che dei ragazzi e ragazze ammalati e costretti in ospedale riescono a trarre dalla loro amicizia. Tra i piccoli malati è presente una sola ragazza che soffre di anoressia. Non è questo il punto, non voglio parlarvi di quote rosa, potrebbe scapparci uno stereotipo ma è altro ciò che voglio mettere a fuoco. I piccoli amici condividono un segno di riconoscimento in merito alle loro esperienze dolorose che man mano affrontano e che sono appunto i braccialetti rossi. Man mano che aumentano le esperienze, aumenta il numero di braccialetti sui loro polsi.

Non tutti sanno però che il braccialetto rosso viene utilizzato anche da ragazze che soffrono di anoressia e che frequentano i famigerati blog pro-ana, ovvero pro anoressia, dove la malattia viene decantata come fosse una dea il cui nome è “Ana” e grazie ad una serie di regole ferree e suggerimenti al limite della censura, le ragazze si scambiano consigli sulla perdita sfrenata di peso, e sulle varie metodologie per farlo, dal calcolo delle chilocalorie del cibo alle tecniche per eliminarlo, nasconderlo ecc. Una volta raggiunto un certo grado di accettazione dal gruppo e per riconoscersi a vicenda nel mondo reale, come accade nella fiction, indossano un braccialetto di colore rosso proprio come i ragazzi protagonisti della fiction.

A quanto pare i diritti della fiction sono stati acquistati niente popodimenoché da Steven Spielberg, quindi significa che è venuta proprio bene! E certamente il fine e le intenzioni di questa storia televisiva sono diverse, pur avendo questa macroscopica affinità.

Spero che questa amara coincidenza sia soltanto un caso, anche se mi pare strano che gli sceneggiatori, pur dovendo attenersi in qualche modo allo scritto di Albert Espinosa, da cui è tratta la fiction – a cominciare dal titolo omonimo- abbiano scelto di inserire proprio una ragazza anoressica nella fiction senza porsi apparentemente il problema quantomeno del significato del colore del braccialetto. Un arancione forse avrebbe reso le cose meno simili, chissà. Io avrei cambiato titolo.

Cancro al seno tra ironia da social network e sensibilizzazione reale

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Anche quest’anno come da qualche anno a questa parte, mi arriva via Facebook la solita lettera di “sensibilizzazione” per la lotta al cancro al seno e mi viene proposto il giochino che da qualche anno va per la maggiore sui social network.

La lettera arriva con un paio di mesi di anticipo rispetto alla partenza ufficiale della Campagna del Nastro Rosa promossa dalla LILT (Lega Italiana contro la Lotta ai Tumori).

Eccola qua:

“Belle fanciulle, è arrivato di nuovo il periodo di supportare la campagna per aumentare la consapevolezza di tutti in tema di cancro al seno. Vi ricordate il gioco dell’anno scorso? Consisteva nello scrivere il colore del vostro reggiseno sulla bacheca. L’anno scorso il gioco ha visto una partecipazione tale di persone che siamo state persino citate nei telegiornali e il continuo aggiornarsi degli stati sulle bacheche ha ricordato a tutti perché lo facciamo e ha contribuito ad accrescere la consapevolezza di tutti in questo ambito. Ricordatevi di NON spiegare agli uomini che leggeranno il vostro status che cosa significhi quello che avete scritto… teneteli sulle spine! ^^ Vediamo fin dove arriviamo quest’anno: l’anno scorso quello del reggiseno ha fatto il giro del pianeta!!! Per favore, copiate ed incollate questo messaggio ed inviatelo a tutte le vostre amiche (per posta). Il giochino di quest’anno consisterà nello scrivere sul vostro stato il mese ed il giorno della vostra nascita nel modo seguente: ogni mese qui sotto elencato equivarrà ad un paese e il vostro giorno di nascita equivarrà al numero di mesi in cui resterete in quel paese. Esempio: se siete nati il 21 di gennaio la frase dovrà essere del tipo “Andrò in Messico per 21 mesi”. Qui sotto l’elenco dei mesi e dei loro corrispondenti paesi: Gennaio – Messico Febbraio – Londra Marzo – Miami Aprile – Repubblica Dominicana Maggio – Francia Giugno – St. Petersburg Luglio – Austria Agosto – Germania Settembre – New York Ottobre – Amsterdam Novembre – Las Vegas Dicembre – Rio de Janeiro”

Ho sempre storto il naso davanti a questa modalità di “sensibilizzare” -secondo alcune convintissime donne- soprattutto la popolazione maschile. Tuttavia mi è capitato di collaborare inserendo status ambigui sulla bacheca del mio profilo. E puntualmente le reazioni maschili erano le seguenti: 1) “ma che cacchio stai dicendo?!”, 2) “ah si già lo sapevo”, 3) travisazione a sfondo sessuale (dal tronde l’ambiguità c’era), 4) completa dimenticanza/indifferenza.

E allora mi sono chiesta, “come posso sensibilizzare il maschio medio/alto/basso a cominciare dal mio compagno?” partendo da una visione opposta mi sono detta: e se fosse lui a tentare di sensibilizzare me? Per esempio rispetto ad un problema andrologico o per ricordargli il semplice check-up annuale? Lui che farebbe? Beh credo mi parlerebbe, magari spiegandomi il problema (qualora presente) o banalmente facendomi quella tanto sponsorizzata e mai attuata educazione sessuale che sarebbe tanto utile nelle scuole (medie e superiori) e spiegandomi cose che, a 30 anni suonati, per lo più ignoro, della genitalità e sessualità maschili.

Dunque torntando alla prevenzione del cancro al seno, problema quasi esclusivamente femminile (in piccola percentuale infatti si ammalano anche i maschietti), praticamente potrei prima spiegargli come funzionano gli organi genitali femminili, spiegargli i fattori di rischio e in caso di sbadiglio -o anche in assenza di tale situazione- coinvolgerlo in una giocosa, ma attenta, ricerca dell’eventuale nodulo perduto. Troppo “spinto” per il nostro paese? Non per una coppia che si ama, credo.

Per restare in tema vi suggerisco la lettura di questo articolo scoperto grazie allo streaming di FB scritto, a tema, da uomini e con il quale mi trovo completamente d’accordo, salvo la parte prettamente ostentante virilità ma questo è un loro bisogno/opinione. Link qui: http://tagli.me/2013/09/13/vado-a-x-per-y-mesi-cosa-pensa-il-maschio-medio-di-fronallennesima-baggianata/

E da non dimenticare la bellissima ed utilissima campagna del Nastro Rosa Lilt dove potrete trovare tutte le informazioni di cui potete aver bisogno su questo tema. Ecco il link: http://www.nastrorosa.it/home.php

11 settembre dodici anni dopo, cosa ha imparato l’Italia

malala readingQuest’anno ho deciso di rileggere i libri che uscirono in Italia dopo l’attentato alle torri gemelle l’11 Settembre 2001. La trilogia di Oriana Fallaci : “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa” e la pacata risposta di Tiziano Terzani “Lettere contro la guerra”. Per capirli di più, rileggerli a distanza di tempo, fa sempre un altro effetto, un po’ come lasciare decantare un buon vino.

Ricordo le immagini che d’improvviso comparvero sul mio schermo televisivo, come un film ricominciato bruscamente senza il preavviso della scritta “secondo tempo”, ed invece era vero; ci misi un po’ a capirlo, le immagini scorrevano senza audio, poi la sigla dell’edizione straordinaria del tg mi confermò che qualcosa di grosso era accaduto. E per quanto lontano potesse essere riguardava anche me.

Lo scacchiere mondiale era cambiato definitivamente, il paese da sempre considerato inattaccabile era stato colpito nel cuore e così l’occidente e la sua cultura spesso incomprensibile e disfunzionale per una religione che governa intere nazioni con la “Shari’a” la legge di Dio, di Hallah, anziché con la Costituzione e con le leggi di stato.

Nei giorni e negli anni che seguirono la tragedia cercai di approfondire per quanto possibile quanto e cosa poteva aver imparato il nostro paese da un evento simile e cominciai a leggere.
Personalmente mi arrabbiai molto con la Fallaci e la sua invettiva contro l’Islam, ma rileggendo oggi le opinioni dei due scrittori che all’epoca mi sembravano così opposti sono arrivata alla conclusione che entrambi avessero ragione.

Lo stato attuale dell’italica conoscenza dello “straniero” soprattutto islamico è piuttosto scarsa. In Italia non abbiamo interpreti di lingua araba “arruolati” dallo stato atti a dialogare con autorità islamiche come per esempio gli Imam, o a sorvegliare quel che accade nelle moschee, purtroppo non sempre luoghi di sola preghiera . Nessuno sa cosa si dicono nelle moschee perché nessuno conosce la lingua araba; negli ospedali non ci sono interpreti e le donne maggiormente penalizzate per via delle leggi coraniche ricevono una assistenza molto faticosa per i medici e pressapochista per carenza di figure atte a tradurre. Nessuno -o quasi- conosce il Corano, partiti di destra e di sinistra non si prendono la briga di affrontare il problema vero dell’integrazione se non in campagna elettorale e l’Italia è sempre più preda di attacchi xenofobi, esacerbati dalla crisi, o di ondate di migrazioni, ma priva di regole che garantiscano il benessere sia del cittadino italiano che di quello immigrato.

Neppure all’estero va tanto bene, infatti i consoli che lavorano nei paesi arabi non conoscono la lingua del paese in cui lavorano. Ho cercato ovunque spulciando sui siti governativi e cercando nome per nome i loro curriculum, ma la conoscenza delle lingue non sembra essere una priorità effettiva per il nostro governo: semplicemente non appare. Terzani proprio nel libro che ho citato sopra, dice che nella sua carriera ne ha potuto contare solamente uno che conoscesse la lingua araba e non lavorava nel paese di cui conosceva la lingua. An“Italian Job”!

Le leggi e i decreti legislativi promulgati o presenti sono da una parte lesivi della dignità umana (vedi CIE e legge Bossi Fini) e dall’altra l’apoteosi del permissivismo causato da una perenne mancanza di regole, cosa di cui la maggior parte dei paesi meta di immigrazione possiede mentre l’Italia no. Mal pensando parrebbe che al di là dell’umana pietas all’Europa la nostra posizione strategica per l’immigrazione faccia comodo come raccoglitore di umanità. Persone che avrebbero il diritto di vivere certamente una vita migliore ma per i quali i posti nel vecchio continente faticano ad esserci per tutti.

In conclusione il monito di Fallaci non era così negativo, brusco sì, ma atto a ricordarci quanto ci teniamo a conservare il livello positivo di civiltà raggiunto, ed in questo vorrei ricordare prima tra tutte la separazione tra legge di Dio e legge terrena che con il Corano ha difficile convivenza; mentre l’approccio di Terzani era atto a ricordarci che non si può imporre un modo di essere con la forza e con la violenza. Non si può svuotare un paese dalle materie prime, dalla propria storia e volerlo riempire di presunta cultura con la forza. Mi è rimasto impresso un trafiletto dove Terzani parla del burqua e dice che è sintomo addirittura di benessere in alcuni paesi dell’Afghanistan. Per me che considero il velo una costrizione auto-indotta mi è parso strano ma anche vero. Le rivoluzioni partono dal basso.

La prossima volta che decidiamo di combattere una guerra armiamoci di libri, spariamoli! Una donna che legge fa più paura di un esercito di droni.

Aviaria e Suina allarmismo e realtà: la parola al virologo

In questi giorni in Emilia Romagna è in atto un allarme per una epidemia di influenza aviaria tra il pollame. Superate altre stagioni allarmistiche analoghe come quelle sia di influenza aviaria che di influenza suina, vorrei riproporre un articolo che scrissi nel pieno del panico da suina qualche anno fa quando collaboravo con il web-magazine http://www.bolognanotizie.com
All’epoca intervistai un giovane virologo dell’Università di Bologna, Ronny Cicola, che mi disse quel che troverete in questo lungo e preciso approfondimento:

“Da qualche mese stiamo assistendo ad un vero e proprio bombardamento mediatico di una notizia: la pericolosità del nuovo virus influenzale denominato H1N1, alias influenza suina. Da quando è stata decretata la pandemicità del virus, l’attenzione su questa tematica si è alzata al punto che, tra allarmismi, e mezze verità, le scarse dichiarazioni ufficiali hanno fomentato un sensazionalismo giornalistico che ha allontanato la verità dallo stato delle cose. Solo qualche giorno fa a Napoli abbiamo assistito alle prime manifestazioni di psicosi collettiva e c’è da aspettarsi che nelle prossime settimane casi di questo genere non rimarranno isolati.
Per cercare di chiarire quanto di vero sia stato detto in questi mesi e quanto sia lecito preoccuparsi, Bolognanotizie ha chiesto al Dott. Ronny Cicola, biologo dell’Università di Bologna, di rispondere ad alcune domande sul funzionamento del virus H1N1.

Che cos’è e come agisce l’influenza suina: cosa implica la sua capacità di mutare geneticamente?

Per influenza suina si intende una infezione sostenuta da un virus appartenente all’ampia famiglia dei virus influenzali, i cui rappresentanti stagionalmente colpiscono gran parte della popolazione mondiale e che clinicamente si manifesta nella maggior parte delle persone con febbre elevata, disturbi respiratori e dolori ossei e muscolari. Nell’ambito della grande famiglia dei virus influenzali, alcuni sono in grado di colpire, oltre l’uomo, anche altre specie animali quali i suini (influenza suina) e gli uccelli (influenza aviaria). Ognuno dei membri di questa famiglia possiede un proprio patrimonio genetico che lo contraddistingue e che gli conferisce caratteristiche diverse.
Queste differenze possono manifestarsi ad esempio con una maggiore o minore infettività del virus, oppure con la capacità di un virus di infettare una tale specie piuttosto che un’altra.
Il meccanismo d’azione di questi virus prevede che essi, entrando attraverso le vie aeree in faringe, laringe e trachea, vengano casualmente in contatto con cellule che possiedono sulla loro membrana un particolare tipo di recettore in grado di formare un legame col virus.
Una volta che il virus è riuscito a legarsi alla cellula permissiva introduce il suo patrimonio genetico all’interno della stessa e, sfruttando le risorse dell’ospite, si riproduce in un numero elevatissimo di esemplari. I virioni maturi verranno poi liberati nell’ambiente a seguito della rottura della membrana della cellula infettata.
Cellule di specie diverse possiedono recettori diversi, pertanto un virus influenzale in grado di infettare, ad esempio, l’uomo, normalmente non è in grado di trasmettersi ad altre specie perché non è adatto a formare un legame sufficientemente forte con il diverso recettore.
Alcune specie sono portatrici di diversi tipi di recettore che si co-localizzano sulla stessa cellula. Le cellule della trachea dei suini, ad esempio, sono in grado di esprimere sia recettori in grado di legare virus umani che recettori in grado di legare virus di ceppo aviario.
Eventi abbastanza rari possono generare le condizioni tali per cui una stessa cellula venga infettata da due o più virus diversi contemporaneamente.
Se una cellula viene co-infettata può succedere che i patrimoni genetici dei virus infettanti si mescolino all’interno dell’ospite. In questo modo si viene a creare un ceppo diverso dai ”genitori”, con caratteristiche diverse che potrebbero, per esempio, tradursi in una diversa capacità infettante o un differente decorso della malattia.

Perché viene considerata così pericolosa? Lo è più della classica influenza?

Il ceppo H1N1 si è venuto a creare a seguito di multipli eventi di ricombinazione, infatti il suo genoma è formato da sequenze provenienti da 4 ceppi virali diversi: due di influenza suina, uno di influenza aviaria e uno di influenza umana (derivato da un virus umano di tipo A).
L’ibrido che si è venuto a creare è in grado di infettare l’uomo, ma non si è rivelato un virus estremamente pericoloso. I sintomi sull’uomo sono paragonabili a quelli della normale influenza stagionale (febbre, tosse, mal di testa e mal di gola, malessere generale); sembra anzi che questo virus abbia una minore virulenza di quello stagionale e che un organismo sano con le difese immunitarie intatte sia in grado di sconfiggerlo in 3 o 4 giorni.
La pericolosità di questo virus, come quella di tutti i virus influenzali, è insita nelle complicanze che possono manifestarsi in soggetti già debilitati o portatori di patologie croniche.
Queste complicanze possono essere di varia natura, a carico del sistema respiratorio (polmonite e/o distress respiratorio) o del sistema circolatorio (miocardite e/o pericardite), ad esempio.
La complicanza più frequente e pericolosa rimane comunque l’esacerbazione di patologie croniche sottostanti l’infezione da H1N1, come nel caso del primo decesso italiano, avvenuto a Napoli a carico di un paziente cardiopatico, che è da imputarsi alla situazione precaria del suo cuore, già molto affaticato e pertanto meno resistente alla situazione di stress creata dall’infezione in corso. Questo decesso Ë da imputarsi quindi alla cardiopatia, e non al virus di per se.

Per prevenire l’influenza suina viene consigliato l’acquisto di antivirali come l’oseltamivir. L’uso di questi farmaci Ë efficace nella prevenzione sia dell’influenza A che del virus H1N1? Quale utilità ha il vaccino?

La prevenzione dell’infezione si attua con metodi in grado di prevenire il contagio, come la disinfezione delle superfici, le tecniche di igiene personale come lavarsi frequentemente le mani o indossare mascherine protettive in luoghi affollati durante i periodi di picco influenzale, e con l’applicazione di poche semplici norme di isolamento dei soggetti già colpiti dal virus.
Il vaccino costituisce sicuramente il miglior metodo preventivo da mettere in atto durante una qualsiasi epidemia, ove ve ne sia la possibilità e quando questo si riveli efficace (non tutti i soggetti vaccinati rispondono attivamente e sviluppano immunità). La vaccinazione consente infatti all’organismo di allestire una linea di difesa specifica nei confronti del virus e protratta per un lungo periodo di tempo, istruendo il sistema immunitario su come riconoscere e combattere la minaccia ogni volta che questa si presenta, in tempo utile affinché essa non sia in grado di tradursi in un’infezione.
L’uso di farmaci antivirali è invece utile al fine di combattere un’infezione già in atto. Questa classe di farmaci interagisce con i meccanismi replicativi del virus bloccandoli. In questo modo si limita la diffusione del virus all’interno dell’organismo ospite, si attenuano i sintomi dell’infezione e si raggiunge più velocemente la completa eradicazione della minaccia da parte del sistema immunitario.
Vari antivirali in commercio sono efficaci nel combattere l’infezione da H1N1, e la somministrazione di questi farmaci, affiancato alla vaccinazione, è indicata nelle fasce di popolazione a rischio (malati cronici, trapiantati, operatori del settore sanitario, anziani, bambini e donne in stato di gravidanza, anche se per queste ultime gli effetti collaterali sono ancora in fase di studio). Questi farmaci non sono acquistabili senza una prescrizione medica ed un piano terapeutico da seguire.

Si è parlato di una fascia di popolazione immune al virus, come è possibile ciò?

L’immunità ad un virus può essere garantita solo da un vaccino efficace o da un precedente contatto con lo stesso ceppo virale (o con uno molto simile).
Dal 1974 -anno in cui il virus suino fu isolato per la prima volta in un uomo- ad oggi, epidemie di virus di origine suina simili all’H1N1 sono state molto rare, quindi la fascia di popolazione già immune per questo virus è costituita da pochissimi individui.
Precedentemente al 1974 si sono verificate epidemie di virus non suini ma con caratteristiche simili all’H1N1, come ad esempio nel 1918 (influenza spagnola), nel ’57 e nel ’68. I soggetti che all’epoca sono stati contagiati potrebbero aver sviluppato un’immunità crociata in grado di proteggerli dall’influenza attuale, ma comunque non costituiscono un gruppo rilevante all’interno della popolazione.

Come si diagnostica il virus e come ci si deve comportare nel caso lo si contragga?

Sono disponibili vari test in grado di individuare il virus, con differenti livelli di specificità.
Test rapidi basati su metodologie di carattere immunologico (con l’utilizzo di anticorpi specifici) sono in grado di distinguere i virus di tipo A (a cui appartiene l’H1N1) da quelli di tipo B. Questi test vengono utilizzati principalmente per determinare che tipo di virus stia infettando un determinato paziente. Una volta accertata la presenza di un virus di tipo A si deve però procedere con test più specifici, come ad esempio un’indagine del genotipo virale tramite una metodica RT-PCR. Solo in questo modo Ë possibile identificare in maniera specifica la presenza del ceppo H1N1, distinguendolo da altri ceppi influenzali di tipo A (H3 o H5).
Nel caso si dovessero presentare sintomi compatibili con infezione da virus influenzale, in assenza di gravità assoluta delle condizioni cliniche o di patologie gravi e croniche preesistenti, le linee guida del Ministero della Salute raccomandano di non recarsi al pronto soccorso (per prevenire l’espansione dell’epidemia) ma di rivolgersi invece al proprio medico di famiglia, che provvederà ad una visita domiciliare del soggetto potenzialmente contagiato. Il medico di famiglia, alla luce della sintomatologia e della valutazione obiettiva, potrà eseguire un prelievo di materiale biologico (tampone faringeo) dal paziente per effettuare test di laboratorio specifici. Nel caso i test evidenzino la presenza del virus H1N1 il soggetto deve rimanere in isolamento domiciliare, evitando per quanto possibile il contatto con altre persone sane e/o indossando dispositivi igienici di protezione individuale (mascherine chirurgiche).

La pandemia è in atto: 2837 decessi e più di 254206 contagiati nel mondo per virus H1N1 secondo i dati dell’OMS. Per l’Italia E’ previsto un picco di 15 milioni di contagiati nel prossimo autunno. Ma quanti contagiati e decessi produce la classica influenza in Italia e nel mondo? Cosa significa il termine “pandemia”?

Per chiarire il concetto di pandemia occorre spiegare prima che cosa sia un’epidemia.
Si definisce epidemia una malattia infettiva che colpisca quasi simultaneamente una collettività di individui con una ben delimitata diffusione nello spazio e nel tempo. Affinché si sviluppi un’epidemia è necessario che il processo di contagio tra le persone sia abbastanza facile.
Una pandemia (dal greco pan-demos, “tutto il popolo”) è una epidemia la cui diffusione interessa più aree geografiche del mondo, con un alto numero di casi e con la presenza di casi gravi e di mortalità.
Nella storia si sono verificate numerose pandemie, fra le più recenti si ricordano l'”influenza spagnola” nel 1918, l'”influenza asiatica” nel 1957, l'”influenza di Hong Kong” nel 1968, l’HIV dal 1969.
Il termine pandemia si applica solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Di conseguenza, molte delle patologie che colpiscono aree molto grandi o l’intero pianeta (per esempio il cancro) non sono da considerarsi pandemiche. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre:
-la comparsa di un nuovo agente patogeno;
-la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie;
-la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio.
L’influenza stagionale, sostenuta da virus A o B, occorre ogni anno e colpisce tutte le fasce di età; sebbene molto debilitante, l’influenza stagionale è una infezione auto-limitante e a risoluzione spontanea per la maggior parte degli individui sani (influenza non complicata) mentre è associata ad un più alto tasso di morbilità e mortalità nella popolazione ad alto rischio, e cioè gli anziani, e i pazienti affetti da malattie croniche debilitanti, e in particolar modo malattie respiratorie croniche e cardiovascolari. In questa fascia della popolazione si registrano un maggior tasso di ospedalizzazione (dai 20 a oltre 1000 ricoveri/annui nel corso di picco influenzale) per aggravamento delle condizioni di base. In questo senso è difficile parlare di percentuali di mortalità, perché dipende dalla popolazione di riferimento. Diverso è il caso di alcune pandemie avvenute nel recente passato, e mi riferisco soprattutto alla influenza denominata “Spagnola”, che determinò in tutto il mondo dai 20 ai 50 milioni di morti, con il più alto tasso di mortalità mai registrato tra la fascia di età compresa tra i 15 e i 35 anni , dimostrando una forte virulenza a se stante di quel ceppo virale. Il virus A H1N1, e cioè il virus responsabile dell’influenza suina, non sembra dimostrare una tale virulenza, e pertanto il tasso di morti “prevedibili”, oltre che dipendere dall’efficacia della campagna vaccinale di tutte le fasce a rischio della popolazione, sarà, presumibilmente, sovrapponibile a quello degli anni passati.”

Fonti bibliografiche a cui rimando per ulteriori chiarimenti:
-“Epidemiology, clinical manifestation, and diagnosis of pandemic H1N1 influenza (‘swineinfluenza’)” Anna R. Thorner (MD), Martin S. Hirsch (MD), Barbara H. McGovern (MD) http://www.uptodate.com

-“Patient information: influenza symptoms and treatment” Raphael Dolin (MD), Martin S. Hirsch (MD), Leah K. Moynihan (RNC), Anna R. Thorner (MD) http://www.uptodate.com

-“INFLUENZA AVIARIA, UNA MINACCIA REALE?”
Pietro Caramello Direttore U.O.A Malattie Infettive e Tropicali“A” Ospedale Amedeo di Savoia ASL 3, Torino
RIVISTA DELL’ORDINE DEI MEDICI CHIRURGHI E ODONTOIATRI, NUMERO DI NOVEMBRE,PROVINCIA DI TORINO “TORINO MEDICA”
http://www.torinomedica.com/allegati/Influenza%20Aviaria.pdf

– Wikipedia, per le definizioni di pandemia ed epidemia.

-Dolin, R. Influenza. In: Harrison’s Principles of Internal Medicine, 15th ed, Braunwald, E, Fauci, AS, Kasper, DL, et al (Eds), McGraw Hill, New York, 2001, p. 1125.

-Simonsen, L, Clarke, MJ, Schonberger, LB, et al. Pandemic versus epidemic influenza mortality: A pattern of changing age distribution. J Infect Dis 1998; 178:53.