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11 settembre dodici anni dopo, cosa ha imparato l’Italia

malala readingQuest’anno ho deciso di rileggere i libri che uscirono in Italia dopo l’attentato alle torri gemelle l’11 Settembre 2001. La trilogia di Oriana Fallaci : “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa” e la pacata risposta di Tiziano Terzani “Lettere contro la guerra”. Per capirli di più, rileggerli a distanza di tempo, fa sempre un altro effetto, un po’ come lasciare decantare un buon vino.

Ricordo le immagini che d’improvviso comparvero sul mio schermo televisivo, come un film ricominciato bruscamente senza il preavviso della scritta “secondo tempo”, ed invece era vero; ci misi un po’ a capirlo, le immagini scorrevano senza audio, poi la sigla dell’edizione straordinaria del tg mi confermò che qualcosa di grosso era accaduto. E per quanto lontano potesse essere riguardava anche me.

Lo scacchiere mondiale era cambiato definitivamente, il paese da sempre considerato inattaccabile era stato colpito nel cuore e così l’occidente e la sua cultura spesso incomprensibile e disfunzionale per una religione che governa intere nazioni con la “Shari’a” la legge di Dio, di Hallah, anziché con la Costituzione e con le leggi di stato.

Nei giorni e negli anni che seguirono la tragedia cercai di approfondire per quanto possibile quanto e cosa poteva aver imparato il nostro paese da un evento simile e cominciai a leggere.
Personalmente mi arrabbiai molto con la Fallaci e la sua invettiva contro l’Islam, ma rileggendo oggi le opinioni dei due scrittori che all’epoca mi sembravano così opposti sono arrivata alla conclusione che entrambi avessero ragione.

Lo stato attuale dell’italica conoscenza dello “straniero” soprattutto islamico è piuttosto scarsa. In Italia non abbiamo interpreti di lingua araba “arruolati” dallo stato atti a dialogare con autorità islamiche come per esempio gli Imam, o a sorvegliare quel che accade nelle moschee, purtroppo non sempre luoghi di sola preghiera . Nessuno sa cosa si dicono nelle moschee perché nessuno conosce la lingua araba; negli ospedali non ci sono interpreti e le donne maggiormente penalizzate per via delle leggi coraniche ricevono una assistenza molto faticosa per i medici e pressapochista per carenza di figure atte a tradurre. Nessuno -o quasi- conosce il Corano, partiti di destra e di sinistra non si prendono la briga di affrontare il problema vero dell’integrazione se non in campagna elettorale e l’Italia è sempre più preda di attacchi xenofobi, esacerbati dalla crisi, o di ondate di migrazioni, ma priva di regole che garantiscano il benessere sia del cittadino italiano che di quello immigrato.

Neppure all’estero va tanto bene, infatti i consoli che lavorano nei paesi arabi non conoscono la lingua del paese in cui lavorano. Ho cercato ovunque spulciando sui siti governativi e cercando nome per nome i loro curriculum, ma la conoscenza delle lingue non sembra essere una priorità effettiva per il nostro governo: semplicemente non appare. Terzani proprio nel libro che ho citato sopra, dice che nella sua carriera ne ha potuto contare solamente uno che conoscesse la lingua araba e non lavorava nel paese di cui conosceva la lingua. An“Italian Job”!

Le leggi e i decreti legislativi promulgati o presenti sono da una parte lesivi della dignità umana (vedi CIE e legge Bossi Fini) e dall’altra l’apoteosi del permissivismo causato da una perenne mancanza di regole, cosa di cui la maggior parte dei paesi meta di immigrazione possiede mentre l’Italia no. Mal pensando parrebbe che al di là dell’umana pietas all’Europa la nostra posizione strategica per l’immigrazione faccia comodo come raccoglitore di umanità. Persone che avrebbero il diritto di vivere certamente una vita migliore ma per i quali i posti nel vecchio continente faticano ad esserci per tutti.

In conclusione il monito di Fallaci non era così negativo, brusco sì, ma atto a ricordarci quanto ci teniamo a conservare il livello positivo di civiltà raggiunto, ed in questo vorrei ricordare prima tra tutte la separazione tra legge di Dio e legge terrena che con il Corano ha difficile convivenza; mentre l’approccio di Terzani era atto a ricordarci che non si può imporre un modo di essere con la forza e con la violenza. Non si può svuotare un paese dalle materie prime, dalla propria storia e volerlo riempire di presunta cultura con la forza. Mi è rimasto impresso un trafiletto dove Terzani parla del burqua e dice che è sintomo addirittura di benessere in alcuni paesi dell’Afghanistan. Per me che considero il velo una costrizione auto-indotta mi è parso strano ma anche vero. Le rivoluzioni partono dal basso.

La prossima volta che decidiamo di combattere una guerra armiamoci di libri, spariamoli! Una donna che legge fa più paura di un esercito di droni.

F.R.

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