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Sanremo 2019: il festival del cambiamento

Era un bel po’ che non aprivo questo blog, uno dei tanti posti dove chiunque può dire la sua, che non si sa bene se poi sia effettivamente interessante oppure no. Epperò mi è riscoccata la scintilla. Vedremo quanto dura.

Voglio parlare anche io di Sanremo. Che finalmente è finito, sì, e se ne parlerà ancora per due settimane buone.

Sinteticamente questi sono i fatti: ha vinto un italiano col nome egiziano, e tutti a saltargli addosso perché “è straniero ha la pelle scura e si chiama Mahmood”;  il concorrente rosicone che sperava di arrivare più in alto adesso contesta il sistema di voto (che in altre epoche gli ha fatto comodo così com’era e com’è tutt’ora); politici strumentalizzanti in ogni dove. Di tutto ciò si parla molto.

Quello di cui si parla molto poco è invece questo: ha vinto il simbolo del cambiamento, non quello a 5 stelle ma quello della società italiana; ha vinto una canzone che parla di un rapporto pessimo con un padre altrettanto pessimo. Altri due pezzi hanno raccontato di pessimi rapporti, uno in particolare con un altro padre pessimo. Finalmente abbiamo avuto una rappresentazione femminile televisiva che non fosse esclusivamente estetica.

Un giovane uomo proveniente da una cultura metà straniera e cresciuto in Italia, parla del proprio rapporto col padre, che a un certo punto se ne è andato, pensando a se stesso piuttosto che alla sua famiglia. Come tanti figli di immigrati interni o esterni al nostro paese e come altrettanti figli di genitori separati che ha vissuto l’assenza di questa persona e di questa figura genitoriale. E lo racconta. Poi c’è il pezzo di Irama, e anche lui racconta una brutta storia. Un padre padrone che violenta la figlia. Irama non parla in prima persona, ma la storia viene raccontata a tutti in eurovisione. Finalmente.

E poi c’è  Virginia Raffaele . La donna televisiva non è più una decorazione ma -cito Lorella Zanardo  che riassume bene il mio pensiero- : è «Autorevole, una vera show-woman, che tratta Baglioni e Bisio come suoi pari». Ne parla qui: Zanardo su Virginia Raffaele

Una società fondata sulla famiglia come quella italiana, che a sua volta ha basato la propria economia sulle aziende a conduzione familiare, va perdendosi nei meandri del livore pseudo-razzista, nella guerra tra poveri,  che sperano ancora grazie al reddito di cittadinanza ma che in fondo al tunnel del futuro non vedono nessuna luce. Una società sempre più individualista e divaricata tra super-ricchi e poverissimi che però vorrebbero essere quanto meno ricchi. E hanno imparato col berlusconismo e con il capitalismo senza regole che bisogna farsi guerra l’un l’altro facendolo con più malcostume possibile. Chi è fortunato può approfittare delle conoscenze, scostumate anche loro, e servirsene. Gli altri fanno le scale perché l’ascensore sociale è fermo. E rosicano. Una società in cui l’occupazione femminile è al 48%, dove il welfare è pressoché lasciato alla famiglia (leggi donne che accudiscono giovanissimi e vecchi) e dove il 90% degli stupri non è denunciato e avviene in famiglia, una società dove viene uccisa una donna ogni tre giorni, e più indipendente è più rischia, perché l’uomo non ha ancora metabolizzato che la donna è una persona e può decidere per conto proprio. Ma neanche i giovani, bamboccioni, neet, depressi e disoccupati se la passano bene. Perché è comunque colpa loro che non han voglia di farsi schiavizzare peggio dei loro nonni.

Eppure è cambiata. Quel che si è visto e contestato a Sanremo  sono testimonianze del cambiamento in atto nel nostro paese, nella nostra società ancorata al passato da modi di fare e di concepirsi che non rispecchiano più chi la vive. Portati avanti per abitudine o forse per paura del cambiamento, o entrambe le cose, ma sicuramente non per aver provato alternative.

Un mio amico, mancato quest’anno e comunista della prima ora, spesso mi diceva ” ah, si dovrebbe tornare ognuno ai propri ruoli, la donna è fatta per procreare, così non si capisce più niente e tutti sono frustrati”. E non c’è dubbio che la frustrazione sia ovunque. Considerando alcuni punti fondamentali come il rifiuto della donna al ritorno alla sudditanza economica, il PIL che beneficerebbe della maggiore occupazione femminile, il ridicolo congedo di paternità e la precarietà generale lavorativa che producono livelli di denatalità preoccupanti, vorrei dire al mio amico che forse, quel modo di gestire le cose non funziona più, ne beneficia solo una parte della società e alla lunga anche quella parte che ne beneficia non si sente troppo bene.

In natura, la capacità di adattamento ha premiato le specie  che sono state in grado di sopravvivere nel migliore dei modi ai cambiamenti. Nel nostro paese  questa capacità sembra sopita, tolti gli archetipi sono andati tutti in crisi, senza pensare che potessero minimamente cambiare ed evolvere, mentre la sola cosa che si possa fare oggi è proprio cambiare.

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11 settembre dodici anni dopo, cosa ha imparato l’Italia

malala readingQuest’anno ho deciso di rileggere i libri che uscirono in Italia dopo l’attentato alle torri gemelle l’11 Settembre 2001. La trilogia di Oriana Fallaci : “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa” e la pacata risposta di Tiziano Terzani “Lettere contro la guerra”. Per capirli di più, rileggerli a distanza di tempo, fa sempre un altro effetto, un po’ come lasciare decantare un buon vino.

Ricordo le immagini che d’improvviso comparvero sul mio schermo televisivo, come un film ricominciato bruscamente senza il preavviso della scritta “secondo tempo”, ed invece era vero; ci misi un po’ a capirlo, le immagini scorrevano senza audio, poi la sigla dell’edizione straordinaria del tg mi confermò che qualcosa di grosso era accaduto. E per quanto lontano potesse essere riguardava anche me.

Lo scacchiere mondiale era cambiato definitivamente, il paese da sempre considerato inattaccabile era stato colpito nel cuore e così l’occidente e la sua cultura spesso incomprensibile e disfunzionale per una religione che governa intere nazioni con la “Shari’a” la legge di Dio, di Hallah, anziché con la Costituzione e con le leggi di stato.

Nei giorni e negli anni che seguirono la tragedia cercai di approfondire per quanto possibile quanto e cosa poteva aver imparato il nostro paese da un evento simile e cominciai a leggere.
Personalmente mi arrabbiai molto con la Fallaci e la sua invettiva contro l’Islam, ma rileggendo oggi le opinioni dei due scrittori che all’epoca mi sembravano così opposti sono arrivata alla conclusione che entrambi avessero ragione.

Lo stato attuale dell’italica conoscenza dello “straniero” soprattutto islamico è piuttosto scarsa. In Italia non abbiamo interpreti di lingua araba “arruolati” dallo stato atti a dialogare con autorità islamiche come per esempio gli Imam, o a sorvegliare quel che accade nelle moschee, purtroppo non sempre luoghi di sola preghiera . Nessuno sa cosa si dicono nelle moschee perché nessuno conosce la lingua araba; negli ospedali non ci sono interpreti e le donne maggiormente penalizzate per via delle leggi coraniche ricevono una assistenza molto faticosa per i medici e pressapochista per carenza di figure atte a tradurre. Nessuno -o quasi- conosce il Corano, partiti di destra e di sinistra non si prendono la briga di affrontare il problema vero dell’integrazione se non in campagna elettorale e l’Italia è sempre più preda di attacchi xenofobi, esacerbati dalla crisi, o di ondate di migrazioni, ma priva di regole che garantiscano il benessere sia del cittadino italiano che di quello immigrato.

Neppure all’estero va tanto bene, infatti i consoli che lavorano nei paesi arabi non conoscono la lingua del paese in cui lavorano. Ho cercato ovunque spulciando sui siti governativi e cercando nome per nome i loro curriculum, ma la conoscenza delle lingue non sembra essere una priorità effettiva per il nostro governo: semplicemente non appare. Terzani proprio nel libro che ho citato sopra, dice che nella sua carriera ne ha potuto contare solamente uno che conoscesse la lingua araba e non lavorava nel paese di cui conosceva la lingua. An“Italian Job”!

Le leggi e i decreti legislativi promulgati o presenti sono da una parte lesivi della dignità umana (vedi CIE e legge Bossi Fini) e dall’altra l’apoteosi del permissivismo causato da una perenne mancanza di regole, cosa di cui la maggior parte dei paesi meta di immigrazione possiede mentre l’Italia no. Mal pensando parrebbe che al di là dell’umana pietas all’Europa la nostra posizione strategica per l’immigrazione faccia comodo come raccoglitore di umanità. Persone che avrebbero il diritto di vivere certamente una vita migliore ma per i quali i posti nel vecchio continente faticano ad esserci per tutti.

In conclusione il monito di Fallaci non era così negativo, brusco sì, ma atto a ricordarci quanto ci teniamo a conservare il livello positivo di civiltà raggiunto, ed in questo vorrei ricordare prima tra tutte la separazione tra legge di Dio e legge terrena che con il Corano ha difficile convivenza; mentre l’approccio di Terzani era atto a ricordarci che non si può imporre un modo di essere con la forza e con la violenza. Non si può svuotare un paese dalle materie prime, dalla propria storia e volerlo riempire di presunta cultura con la forza. Mi è rimasto impresso un trafiletto dove Terzani parla del burqua e dice che è sintomo addirittura di benessere in alcuni paesi dell’Afghanistan. Per me che considero il velo una costrizione auto-indotta mi è parso strano ma anche vero. Le rivoluzioni partono dal basso.

La prossima volta che decidiamo di combattere una guerra armiamoci di libri, spariamoli! Una donna che legge fa più paura di un esercito di droni.